2016: l'Anno dei Referendum

Articolo pubblicato il 31 gennaio 2017
Articolo pubblicato il 31 gennaio 2017

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Il 2016 è stato definito in tanti modi, ma una cosa è certa: i referendum sono diventati una sorta di tradizione. Dal Brexit ai tentativi dell'Italia di riformare la propria costituzione, gli esiti di queste imprese differiscono enormemente. Due giornalisti italiani espatriati in Regno Unito analizzano somiglianze e differenze tra i referendum per capire l'impatto che potrebbero avere nel 2017.

“Post-verità” e “populismo” sono due parole che sono comparse molto frequentemente per riassumere gli eventi del 2016. Sono state utilizzate per descrivere il referendum del Brexit, la vittoria di Donald Trump e anche la sconfitta del primo ministro italiano Matteo Renzi all’inizio del mese.

Pronti a vincere

Stilate da Maria Elena Boschi, la ministra scelta da Renzi per le riforme costituzionali, le proposte del governo invocavano una complessa ed esauriente modifica della Costituzione Italiana, scritta dopo la seconda guerra mondiale. La riforma proponeva di ridurre il Senato della Repubblica ad un Senato compatto costituito da sindaci e consiglieri regionali; un nuovo sistema elettorale per la Corte Suprema ed il Presidente; potere maggiormente centralizzato; e l’abolizione delle province e del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL).

Il Brexit ed il “No” votato in Italia hanno dei punti in comune. Sia Matteo Renzi che David Cameron hanno innescato un referendum che avrebbe provocato discordia e prese di posizione, con l’obiettivo di rafforzare il proprio potere e di indebolire al contempo quello dei loro avversari, sia internamente sia esternamente.

Entrambi i leader hanno scelto di aggiungere un ulteriore elemento di rischio a questi referendum destabilizzanti: hanno messo a rischio la propria carriera, ma in modi diversi. In tal modo, hanno firmato la loro condanna a morte politica. Al contrario di Cameron, tuttavia, non è chiaro se Renzi consideri l’esito del referendum come l’ultima goccia o come un semplice intoppo.

Per cosa stiamo votando?

Molti canali mediatici sostenevano che il voto in Italia si presentasse come un voto sull’Europa. In base alla Costituzione Italiana, questo è praticamente impossibile. Gli accordi internazionali ed i trattati non possono essere soggetti a voto popolare. Ciò che è vero, tuttavia, è che Cameron e Renzi hanno provato entrambi a promuovere le proprie idee di Europa con queste riforme. Mentre Cameron si concentrava più sul commercio e sull’allontanamento del Regno Unito da ogni tipo di unione politica, Renzi promuoveva una “Europa sociale” - uno scenario improbabile considerando la candidatura del thatcheriano Francois Fillon in Francia e quella di Angela Merkel in Germania.

È personale

Matteo Renzi ha soprannominato se stesso il “guardiano italiano”, sostenendo di essere l’unico in grado di tenere le forze anti-sistema (il Movimento 5 Stelle, guidato da Beppe Grillo) e quelle di estrema destra (la Lega Nord, guidata da Matteo Salvini) alla larga dal potere decisionale e dal cuore della politica italiana. Questo gli ha permesso di guadagnare il supporto di elettori che normalmente non lo avrebbero sostenuto. Questo nuovo gruppo omogeneo di sostenitori non è però riuscito a spuntarla contro l’accozzaglia che ha votato “no”. Il fatto che questa “accozzaglia” di elettori giovani e disoccupati abbia votato contro la riforma è un colpo enorme per il partito, considerato erede del Partito Comunista Italiano.

Se nel Regno Unito il Partito Laburista, il Partito Verde, il Partito Nazionale Scozzese ed i Liberal Democratici potrebbero convergere su alcuni punti come quello di restare nel mercato unico e di promuovere la libertà di circolazione, non è chiaro cosa accadrà in Italia. Le forze in gioco sono così diverse, dal Movimento Cinque Stelle alla Lega Nord, che è difficile mettere a confronto le rispettive agende politiche.

Diversamente da Cameron, tuttavia, Renzi ha portato il referendum sul piano personale. In tal modo, si è fatto carico di tutto il peso del risultato, mettendo a rischio la sopravvivenza del suo governo. I suoi rivali hanno colto al volo l’opportunità per sbarazzarsene e le associazioni ed i sindacati l'hanno accusato di parteggiare per il neo-fascista brizzolato e democristiano nonché ex-Primo Ministro Silvio Berlusconi. Renzi si è fatto da parte permettendo ai suoi avversari di provare a mandarlo a casa piuttosto che discutere gli argomenti in questione. Improvvisamente tutti hanno mostrato malcontento per i suoi 1000 giorni da Primo Ministro, specialmente le generazioni più giovani. L’apocalisse finanziaria prevista dai sostenitori del “sì” non si è ancora verificata; il giorno dopo le votazioni, il valore dell’euro era quasi intatto e lo spread con i Bund tedeschi era stabile.

Numeri fuorvianti

E c’è di più: i numeri furono un aspetto centrale del referendum per il Brexit, ma sono stati del tutto assenti dal dibattito sulla riforma in Italia. Nonostante la loro natura “post-verità”, dati e stime sono stati largamente utilizzati a sostegno della causa contro la posizione del Regno Unito all’interno dell’Unione Europea. In Italia, tuttavia, gli effetti che il voto avrebbe avuto sull’economia non sono mai stati discussi.

I rivali di Renzi, proprio come i sostenitori del Brexit, non avevano pronto un piano di transizione in caso di vittoria. Se non altro, a chi votava per il ‘leave’ veniva offerta una serie di scenari, anche se molti di questi sembravano irrealistici o persino irrealizzabili. Tutti i principali attori durante il dibattito sul Brexit avevano una vaga idea della loro versione di Europa: quella meno burocratica di David Cameron; quella sociale di Jeremy Corbyn; quella decentralizzata di Nicola Sturgeon; e quella più integrata di Tim Farron. I sostenitori italiani del referendum costituzionale non sono riusciti a spiegare chiaramente quali conseguenze sarebbero scaturite dalla riforma, così come i sostenitori del “no” non hanno saputo proporre un piano alternativo per risanare le sezioni bacate della Costituzione.

Queste sono le differenze principali tra il referendum in Italia e quello nel Regno Unito. Il voto per il Brexit era focalizzato sull’Europa e per i membri dei partiti non c’era alcuna direttiva; c’erano conservatori a favore del ‘remain’ e laburisti a favore del ‘leave’. Questo, assieme al fatto che in Italia il voto è diventato una questione personale, ha reso i due referendum così diversi.