2007-2013: odissea nel budget

Articolo pubblicato il 17 ottobre 2005
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Articolo pubblicato il 17 ottobre 2005

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La possibilità di siglare un accordo sul budget 2007–2013 si scioglie come una zolletta di zucchero in un mare di fondi, politiche agrarie, contributi, sconti britannici e allargamenti. Quali sono, allora, le chiavi per capire cosa c’è in gioco?

Nel mese di giugno a Bruxelles ha avuto luogo un vertice tra i dirigenti dei Paesi membri, con l’obiettivo di raggiungere un accordo sulle Prospettive finanziarie dell’Ue per il periodo 2007-2013. Il vertice si è chiuso con un sorprendente fallimento, che porterà alla ripresa dei negoziati durante l’autunno, sotto la direzione della Presidenza britannica. Le probabilità di raggiungere un accordo sono basse, tanto che il Presidente del Parlamento Europeo, Josep Borrell, ha proposto di elaborare il bilancio 2007 anche se non si riuscirà a raggiungere un accordo sul quadro di bilancio 2007-2013.

Cosa c’è in gioco?

Le Prospettive finanziarie sono costituite dal quadro di bilancio dell’Ue per un periodo di sette anni. Tale quadro comprende il limite massimo di spesa totale dell’Unione, così come la quantità assegnata a ciascuna voce. Le voci maggiori sono quelle che includono la Politica agricola comune (Pac), cui viene destinato approssimativamente il 45% del budget dell’Unione Europea, e la voce destinata alle Politiche strutturali , che si aggiudica il 35% del budget.

Il budget per i prossimi sette anni si aggirerà tra i 800 e i 1000 miliardi di euro: cifra non troppo voluminosa se teniamo in considerazione che rappresenta l’1,14% del Prodotto nazionale lordo (Pnl) dell’Ue e che le spese pubbliche totali dei Paesi membri si aggirano intorno al 45 o 50% del Pnl.

Da dove viene il denaro?

All’Unione Europea mancano i mezzi propri per un significativo autofinanziamento, quindi chi si fa carico del budget sono gli Stati membri, a seconda delle dimensioni della loro economia e del loro peso demografico. Nel budget del 2004, il primo dell’Ue allargata, che consisteva di 92 miliardi di euro (appena l’11% in più rispetto al 2003), i paesi che hanno contribuito maggiormente al budget sono stati Olanda, con un saldo negativo equivalente allo 0,44% del Pnl, Svezia, con un saldo negativo dello 0,33%, e Germania, il maggior contribuente in termini assoluti, col suo 0,33% di saldo negativo. Gran Bretagna e Francia hanno contribuito con solo lo 0,16% e lo 0,19% in più di ciò che avevano ricevuto rispettivamente.

I maggiori beneficiari invece sono stati: Grecia (3,52% del Pnl), Portogallo (+3,35%), Lituania (+2,81%), Estonia (+2,50%) e Lettonia (+2,46%). Anche se il principale beneficiario netto è stata la Spagna, con un saldo positivo del 2,07%del suo Pnl.

Il perché del disaccordo

Da un lato troviamo un’Ue allargata con l’adesione di nuovi Paesi che hanno un prodotto interno lordo (Pil) intorno al 50% della media dei vecchi Stati membri: mentre quando Grecia, Portogallo o Spagna aderirono all’Unione, il loro Pil equivaleva al 65% della media europea. C’è quindi più gente tra cui ripartire. E in una situazione economica peggiore.

Secondo fattore: Germania, Francia, Gran Bretagna, Olanda, Svezia e Austria, i sei principali contribuenti netti, vogliono abbassare il budget dell’Unione dall’1,14% all’1% del Pnl dell’Ue. Questo significa che intendono contribuire con meno denaro di quanto ne apportassero in precedenza, nonostante questa novella Unione Europea debba far fronte a maggiori necessità economiche.

La Commissione Europea ritiene che tale percentuale è insufficiente e propone un rialzo all’1,25%: una differenza di 200 miliardi tra la prima proposta e quella della Commissione.

Terzo fattore: dal 1984 il Regno Unito gode di una riduzione dei suoi contributi, conosciuta come “sconto britannico”, per la quale sono stati devoluti, l’anno scorso, 5,4 miliardi di euro. Che sono stati finanziati per la maggior parte dai principali beneficiari della Pac. È grazie a questo che il Regno Unito è il Paese che meno contribuisce al budget comunitario in relazione alla sua ricchezza: ma Londra non è disposta a fare concessioni finché i fondi della Pac non verranno ridotti.

Quarto fattore: la Francia, beneficiario principale della Pac, vuole che l’accordo del 2002 sullo stanziamento dei fondi della politica agricola comune sia rispettato fino al 2013. Non è cioè disposta a tagliare gran parte dei fondi di tale Politica comune.

Quinto e ultimo fattore: la Spagna potrà passare da maggior beneficiario netto di fondi dell’Unione, a contribuente netto prima della fine del periodo 2007-2013. L’adesione dei nuovi dieci Paesi membri ha comportato un aumento del 10% del Pil spagnolo in relazione alla media dell’Ue: è il famoso effetto statistico per cui la Spagna smetterebbe di percepire circa quaranta miliardi di euro relativamente nel periodo 2000-2006.

Le prospettive dell’accordo

La soluzione passa per il sì della Germania e del resto dei paesi che si oppongono all’incremento della percentuale del Pnl che l’Ue deve destinare al budget, accettando così la proposta della Commissione Europea. Sarebbe paradossale che, in un’Unione allargata che avrebbe più bisogno di fondi, il budget non solo non aumentasse, ma addirittura diminuisse. La Gran Bretagna deve accettare che l’assegno britannico ha perso il suo significato e la Francia dovrebbe accettare grandi tagli alla Pac. Infine la Spagna dovrebbe transigere sulla quantità di fondi che sarebbe disposta a perdere: se passare da maggior beneficiario a contribuente netto sarebbe eccessivo, è pur vero che tra i due estremi c’è un’ampia varietà di opzioni. Questa sarebbe la soluzione ideale in cui tutti perdono. Ma l’Unione vince.