1986 e 2004, cronaca di due allargamenti

Articolo pubblicato il 02 gennaio 2006
Articolo pubblicato il 02 gennaio 2006

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Molto è stato fatto in seguito alla recente integrazione di dieci nuovi Paesi dell’Est nell’Ue: ma il loro ingresso è differente rispetto a quello di Spagna e Portogallo, avvenuto vent’anni or sono?

L’Unione Europea? Si è allargata a Paesi molto più poveri degli attuali. Paesi che sono “nuove democrazie” e che hanno rovesciato solo di recente pericolose dittature. Questa affermazione potrebbe essere stata fatta sia nel 1984, al tempo dell’allargamento a Spagna e Portogallo – che avevano subito il dominio autoritario rispettivamente di Franco e Salazar – e sia nel 2004 quando l’Ue ha accolto numerosi paesi ex comunisti.

Idraulici iberici

Negli anni Ottanta la Comunità Economica Europea, denominazione dell’attuale Ue, prese l’importante decisione di allargarsi verso Sud. In quegli anni i nuovi Paesi membri erano molto più poveri della Francia, della Germania occidentale o dell’Italia settentrionale, e si temevano, soprattutto in Francia, quelli che potremmo oggi definire gli “idraulici iberici”. Dopo appena pochi anni, queste paure si rivelarono abbastanza sorprendentemente irrilevanti e oggi, a vent’anni dall’allargamento verso Sud, Spagna e Portogallo sono parte integrante dell’Ue e mete turistiche gettonatissime. Molti pensionati tedeschi e svedesi sono più attratti dalla vita a Granada piuttosto che ad Amburgo, vendono le case in cui abitano e si spostano a Sud, e località come Ibiza sono praticamente diventate zone franche britanniche. Inoltre, senza operai edili, tassisti e portieri d’albergo portoghesi le economie di Belgio, Lussemburgo e anche Francia avrebbero potuto registrare carenza di forza lavoro.

Nel 2004 l’Ue si è poi “allargata” verso Est. E la differenza più eclatante con l’allargamento a Sud era solo il clima: anche se la sabbia delle spiagge baltiche è forse più sottile rispetto a quella delle spiagge mediterranee, le località termali lituane o polacche non possono garantire il sole. E quando quest’ultimo batte sul “problema idraulico”, vengono alla luce nuovamente più somiglianze che differenze. Nonostante i timori per le “orde dall’Est”, l’economia britannica non ha avuto alcun problema ad accogliere 290,000 lavoratori dai nuovi stati membri orientali, arrivati tra il maggio 2004 e il novembre 2005. Massiccia è anche la fuga di cervelli in corso dai nuovi Paesi membri, i cui infermieri, medici e specialisti di informatica stanno provvedendo a colmare i vuoti d’offerta di molti Paesi della Vecchia Europa. E queste categorie di lavoratori stanno diventando i benvenuti anche in Germania e Austria, nazioni che non apriranno completamente i loro mercati del lavoro ai popoli dell’Est prima del 2011, a causa del “periodo di transizione” previsto dall’Ue.

Un’adesione che porta prosperità

Se l’esempio di Spagna e Portogallo è dunque da seguire, le economie dei nuovi Stati membri saranno abbastanza forti da non aver bisogno di nessun esodo di massa. La Polonia e la Slovacchia hanno oggi Atto unico europeo, che stabiliva un Mercato unico europeo. La differenza tra gli anni Ottanta ed oggi è la leadership politica: in quel periodo, infatti, i leader europei non cercavano di giustificare il loro operato con referendum che, come dimostrano gli ultimi, non hanno nulla a che vedere con l’Europa ma piuttosto con la (mancanza di) popolarità dei governi nazionali. Jacques Delors, l’utopista Presidente della Commissione di allora, ebbe la capacità e la grinta per proporre una strada da seguire per raggiungere un’unione concreta, verso la costruzione di un mercato unico e la salvaguardia delle quattro libertà, ovvero: libera circolazione di persone, beni, capitali e servizi. Negli anni Ottanta non si indisse alcun referendum sugli Accordi di Schengen, per la libera circolazione delle persone (firmato nel 1985) o l’Atto unico europeo (firmato nel 1986). Inutile dire che l’importanza di entrambi i trattati non fu inferiore a quella del Trattato costituzionale europeo.

Chi può dire se questi testi sarebbero davvero entrati in vigore, se fossero stati sottoposti a un referendum popolare? Senza di loro l’Unione Europea non sarebbe così com’è.