1963-2013 cinquant'anni dal vajont  

Articolo pubblicato il 26 ottobre 2013
Articolo pubblicato il 26 ottobre 2013

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

L'audacia smisurata delle imprese umane

Nel VII libro delle Storie Erodoto narra l'impresa di Serse, re dei Persiani, il quale, dopo la morte del padre Dario, per vendetta e punizione contro gli Ateniesi, muove guerra alla Grecia mobilitando una massa spaventosa e potente di uomini, cavalli e navi dall'Asia all'Europa. La grandiosità e l'audacia di questa impresa è ricordata dallo storico greco per via di alcuni progetti ingegneristici espressamente voluti dal sovrano per aumentare la velocità e la fama di gloria della spedizione persiana.

In particolare egli descrive i famosi episodi del taglio del Monte Athos e del ponte sull'Ellesponto.                                                                                                                                                                                                                       Il primo tratta della costruzione di un canale artificiale, abbastanza grande da permettere il transito di due trireme in contemporanea, ottenuto tagliando l'istmo di 12 stadi che collega il promontorio del Monte Athos al continente. La fatica titanica dello scavo, scrive Erodo, era frutto dell'orgoglio di Serse, il quale «voleva far mostra di potenza e lasciare un suo ricordo»[1].                                                                                                                                                                                                          Il secondo episodio riguarda la costruzione di un doppio ponte di navi sull'Ellesponto - la lingua di mare che oggi prende il nome di Stretto dei Dardanelli – per unire l'Asia e l'Europa e consentire il passaggio rapido da una costa all'altra dei due continenti. Quando il ponte fu terminato una tempesta lo distrusse e Serse, indignato, ordinò che il mare venisse percosso da trecento colpi di sferza.

La duplicità di questi due episodi che testimoniano da una parte l'orgoglio e la fama di Serse pronto a concepire un'impresa titanica come prova della grandezza della Persia e dall'altra la fretta di veder ultimato un lavoro e la sconsideratezza nella realizzazione di un progetto funzionale e necessario alla partenza dell'esercito e della flotta per la guerra, questa duplicità si ritrova  nella storia di un progetto d'alta ingegneria italiana ancor oggi ammirabile e colpevole: la diga del Vajont.                                                                                           orgoglio e avventatezza   Quasi a segnare il confine montano tra la valle del Piave e le Dolomiti friulane, nella forra scavata dal torrente Vajont si staglia imperiosa tra il Monte Toc e il Monte Salta l'enorme sbarramento artificiale chiamato Vajont. Il colosso di calcestruzzo costruito dalle maestranze italiane tra il 1957 e il 1960 era allora la più grande diga a volta e doppia curvatura del mondo, con 261, 60 m d'altezza e un bacino idrico capace di 150.000.000 metri cubi d'acqua.

L'audace impresa diretta dall'ingegnere Carlo Semenza è raccontata, per volontà dello stesso, in un cortometraggio di 11 minuti intitolato H max 261,6 nel quale il vanto del progetto faraonico è decantato in ogni sua parte. In particolare l'ingegnere in apertura e in chiusura del documentario spiega che le gioie e le amarezze di chi è riuscito a costruire una tale muraglia «restano là sull'opera e nel tempo patrimonio di tutti» e che i tecnici e gli operai addetti alla costruzione «per tanto tempo ancora, per anni racconteranno e rievocheranno questa singolare avventura del lavoro umano ed avranno il vanto di dire "Io, c'ero"».                                                                                                                La fama e il ricordo di un'opera grandiosa non furono certo gli unici motivi che spinsero l'ingegnere Carlo Semenza a dare avvio al progetto chiamato "Grande Vajont" dal momento che tra l'idea della diga e la sua realizzazione – dal 1957 al 1960 – passarono trent'anni. Il progetto fu presentato per la prima volta nel 1940 e approvato furbescamente nel travagliato 1943. L'idea del progetto nasce in un momento storico definito nel quale l'Italia fascista cerca, in nome di un'autarchia ideale, una maggiore autonomia sul piano energetico facendo costruire durante gli anni '30 ben 7 impianti di energia idroelettrica nella valle del fiume Piave. La costruzione della diga del Vajont doveva fungere da "banca dell'acqua" per le centrali di quella valle.

La costruzione e il collaudo della diga da parte della società di produzione procedettero a ritmi serrati – la diga cresceva di 60 cm al giorno – poiché i dirigenti e tecnici avevano fretta di veder ultimato e funzionante l'impianto, spinti da ragioni economiche interne e dalla volontà di guadagnarsi una fetta del mercato internazionale. E così quelli minimizzarono i pareri geologici ostili alla diga, chiusero gli occhi davanti alla frana del 1960, anticipatrice di quella di tre anni dopo, e saltarono o velocizzarono alcune procedure burocratiche e tecniche di collaudo essenziali. La sconsideratezza delle scelte dirigenziali e la temerarietà dei tecnici di fronte ad un ambiente naturale geologicamente delicato causò l'enorme frana che alle 22.39 del 9 ottobre 1963 si staccò dal Monte Toc, cadde nel grande bacino idrico e provocò un'onda di 50.000.000 di metri cubi d'acqua.

L'onda si divise in due, una parte risalì spazzando via i villaggi sul versante della montagna e l'altra scavalcò la diga e piombò giù nella valle del Piave radendo al suolo la città di Longarone e inondando gli altri paesi lungo il fiume. Prima di essere sommersi dall'acqua gli abitanti di Longarone furono investiti dall'aria che anticipò l'onda e, compressa nel vorticoso canyon del Vajont, arrivò con la forza di due bombe atomiche a togliere i vestiti e a polverizzare le carni degli abitanti.

 L'incorreggibilità umana

Quando tutti i lavori furono ultimati, quelli per i ponti e per il monte Athos, trascorso l'inverno, Serse si muove con la schiera verso Abido. Davanti alla vista dell'Ellesponto coperto di navi e della costa di Abido brulicante di uomini, prima di oltrepassare il ponte, Serse si confronta a parole con Artabano. Quest'ultimo ha paura dell'impresa perché ritiene che due cose importanti le siano ostili: il mare e la terra. Tuttavia sa che il sovrano andrà avanti perché «del successo gli uomini non si saziano mai»[2].

Serse rincuora lo zio spiegandogli che nella vita di un uomo è meglio affrontare con coraggio ogni impresa, anche la più ardita, preparandosi a soffrire le sventure che essa potrebbe causare piuttosto che non rischiare mai nulla per paura di vedere ogni cosa cadere in rovina. Serse è convinto che la fortuna del successo aiuti chi è capace di osare e che le grandi imprese si compiano solo con grandi pericoli.

Ecco che oggi in memoria dei 50 anni dalle sventure causate dall'ardita impresa della diga del Vajont è importante non solo rivivere i terribili minuti della sera del 9 ottobre del 1963, ma anche riflettere su quanto sia lecito agli uomini oltrepassare i limiti con quella smisurata audacia e tracotanza chiamata dai Greci hybris.

[1] Erodoto, Le Storie, VII, 24.

[2] Ivi, 49.