«18 anni e un'arma in mano»: Israele, i soldati rompono il silenzio

Articolo pubblicato il 19 luglio 2010
Articolo pubblicato il 19 luglio 2010

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Un’organizzazione formata da alcuni ex soldati israeliani riflette sull’occupazione dei territori palestinesi e sul prezzo morale che ciò implica. Attraverso le foto e le testimonianze dei combattenti, tentano di spiegare in maniera più chiara l'annosa questione israelo-palestinese.

«Questo è ciò che facciamo in vostro nome». Un gruppo di soldati ed ex combattenti dell’esercito israeliano, reduce dall'esperienza nei Territori palestinesi, ha deciso di mostrare ai cittadini del proprio paese e del resto del mondo un’immagine reale dell’occupazione, di ciò che essa presuppone e dei suoi costi morali e umani. Attraverso testimonianze e fotografie, l’organizzazione Breaking the Silence ("Rompere il silenzio") si pone un obiettivo basilare: la società deve vedere con gli occhi ben aperti quello che sta succedendo nei Territori, e deve assumere le proprie responsabilità.

«Non c’è possibilità di mantenere l’occupazione in modo morale, senza brutalità e aggressività»

Nel giugno 2010, in Spagna, Breaking the Silenceha dato il via ad una campagna per presentare un libro con le testimonianze di un centinaio di soldati israeliani e un’esposizione delle loro fotografie nel Circolo delle Belle Arti di Madrid. Uno dei suoi membri, Itamar Shapira, che fece parte delle Forze di Difesa israeliane tra il 1999 e il 2002, ha parlato in una conferenza stampa convocata da Amnesty International presso l’Università di Siviglia e, sebbene Shapira non abbia voluto accennare  al ruolo dell’Europa nel conflitto, ha comunque dichiarato che l'Ue dovrebbe domandarsi se ha «la sua parte di responsabilità».

Le cose che non vengono dette

Ha fatto parte dell'esercito israeliano dal 1999 al 2002«Un soldato si arruola nell’esercito assolutamente convinto, per proteggere il suo paese e il suo popolo, sapendo molto sul terrorismo palestinese ma molto poco sulla violenza israeliana nei confronti dei palestinesi». Come molti dei suoi compagni, Shapira trovò nei Territori Occupati una realtà che non si aspettava e che molti preferiscono dimenticare e non nominare, una volta tornati a casa. Dopo la sua esperienza una cosa gli è chiara: «Non c’è possibilità di mantenere l’occupazione in modo morale, senza brutalità e aggressività. Alla fine si arriva sempre a violare i diritti umani».

Questo ex combattente pensa che «spesso gli israeliani cercano di giustificare la situazione con delle scuse». Così, quando vengono alla luce fatti vergognosi, episodi di violenza, assicurano che si tratta di casi isolati. Ciò alimenta il silenzio. «Perché quando si mostra ciò che avviene laggiù, anziché mettere in questione il sistema, si cercano i singoli colpevoli», spiega.

Shapira mostra come esempio un video passato alla stampa in cui si vedono immagini del check-point di Hawara in cui appare un soldato che malmena un palestinese. La popolazione lo criticò duramente e il soldato fu condannato a sei mesi di carcere. «È un modo per mentire a noi stessi e pensare che va tutto bene, - afferma. - Ma realmente non sappiamo che le cose funzionano così?». In effetti 60 compagni del soldato condannato firmarono una lettera in cui si denunciava "l’ipocrisia" di quest’atteggiamento, e avvertivano che tutti lo facevano, che i superiori ne erano al corrente e che non si poteva fare altrimenti. «Così funziona un’occupazione», riassume Shapira.

18 anni e un’arma in mano

«Talvolta arrivi ad una confusione tale da dover dimostrare a te stesso di essere ancora un essere umano»

Sia nel video che nelle testimonianze raccolte nel libro, i soldati giustificano la violenza come qualcosa di necessario. Nel check-point di Hawara uno di loro afferma che i palestinesi che tentano di attraversare la frontiera possono arrivare in alcuni momenti a essere un centinaio, mentre i soldati israeliani a controllare il passaggio sono solo quattro: «se non ci temono, ci uccidono». «Ti senti minacciato, - afferma uno di questi. - Deve essere chiaro chi è che comanda».

Alcuni arrivano lì a soli 18 anni e da subito gli viene messa in mano un’arma. «Hai un potere enorme»,dice un soldato, riconoscendo però che colui che appare nel video picchiando un palestinese non si è comportato con giudizio. «Talvolta arrivi ad una confusione tale da dover dimostrare a te stesso di essere ancora un essere umano», ammette uno di loro.

Una normale routine nei Territori (Foto: Breaking the Silence)

La spirale di violenza

«Sono io a creare quei terroristi che poi vanno a uccidere i civili»

Qualcuno chiede a Shapira quand'è che si è reso conto che le cose non andavano affatto bene. L’ex soldato racconta che quando faceva parte dell’esercito si recò con altri soldati a catturare una persona che aveva mandato un bambino ad immolarsi. «In queste situazioni ci sono sempre persone vicine che si oppongono e fanno resistenza affinché i ricercati non vengano essere catturati. L'esercito spara sempre per difendersi. E alla fine ci sono, di regola, almeno uno o due morti, - racconta. - Io giustificavo ogni cosa. Quando qualcuno ti sta sparando senti che è giusto uccidere chi ha cercato di ucciderti», aggiunge.

Tuttavia, dopo un po’ di tempo tornò nello stesso luogo a catturare un altro palestinese che, nuovamente, aveva spinto un altro bambino al suicidio. Stavolta era un familiare di alcune persone morte in uno scontro precedente. In quel momento Shapira si rese conto della trappola in cui si era messo. «Io stesso sto creando i miei nemici», si disse. Pensò alla gente che moriva in questi scontri, agli occhi che assistevano a queste morti, alle loro famiglie, ai loro amici. E gli fu chiaro: «Sono io a creare quei terroristi che poi vanno a uccidere i civili».

Foto: Breaking the Silence; Nigel Thomas (Amnesty International)