Siviglia esporta i suoi prodotti biologici in tutta Europa, facendo della Spagna il primo produttore europeo di agricoltura biologica. Ma oltre ad essere un laboratorio dove delineare il futuro di un settore primario che sta invecchiando, il modello di esportazione bio è contestato dai sostenitori del consumo a chilometro zero. Reportage.
A Siviglia il biologico salva l’agricoltura, ma fa troppi chilometri
Photo : (cc)nothing to hide/flickr
REPORTAGE
Traduzione: Pamela Cominetti
13/05/11
Tags : Slow food, ecologia, Green Europe on the Ground.
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«L’associazione CAAE offre ai suoi membri la forza del marchio ecologico leader in Europa», recita una campagna trasmessa sullo schermo al plasma della sala d’attesa. Ci troviamo nella sede sociale del Comitato andaluso di agricoltura ecologica (CAAE) a Siviglia, una città dove, secondo il quotidiano El diario de Sevilla, dal 2007 ogni giorno chiudono quattro aziende.
“Paco”, il recordman degli scioperi della fame
A capo del Comitato troviamo un uomo carismatico, che ha fatto della terra e dell’energia necessaria a difenderla la sua religione. «Ho partecipato a più di quaranta scioperi della fame per difendere la causa degli agricoltori e dell’ambiente». È scritto nel suo curriculum. Francisco Casero Rodríguez, detto “Paco”, è un duro. E un visionario. C’è lui alla base del Piano forestale andaluso e della campagna contro la deforestazione “un andaluso, un albero” di 26 anni fa, ben prima che il 2011 venisse dichiarato Anno Internazionale delle Foreste.
«Con il CAAE siamo stati i primi a parlare dei danni dell’agricoltura intensiva». Erano gli anni ‘90 e i pesticidi avevano un successone. Oggi molti agricoltori sono si sono ammalati, i pesticidi sono diventati «il nostro veleno quotidiano» (si veda il documentario di Marie-Monique Robin sui pericoli per la salute legati ai pesticidi) e Paco si alza alle 6 del mattino per il ventesimo anno consecutivo per dirigere l’organismo che distribuisce la più grande quantità di marchi biologici in Europa. E il bio dà i suoi frutti: da 1.672 ettari certificati nel 1991, si è passati agli 829.839 di oggi. I produttori che si convertono al bio, infatti, sono sempre più numerosi: 2.689 in più in 4 anni.
L’agricoltore sarà bio o non lo sarà
Perché così tanti produttori si convertono al biologico? Muntse Ligero, una giovane donna paffuta e gioviale, si occupa di un allevamento di 150 polli ruspanti e al tempo stesso di svariati ettari di ortaggi, entrambi certificati bio, ma si è anche lanciata nella consegna di piatti pronti e dessert biologici. Muntse Ligero conosce il bio sin da quando era ancora una bambina, grazie all’orto di famiglia che l’ha tenuta lontana dai supermercati. La certificazione della sua produzione è stata solo una semplice formalità amministrativa: «Il marchio bio ti apre alcune porte», cosa che coincide con il video promozionale del CAAE: «la forza del marchio ecologico leader in Europa». Ecco per cosa paga 900 euro all’anno Muntse Ligero. Ed è tutto. Il resto proviene dalle sue mani, e soprattutto dalla sua testa: «Il bio è il futuro dell’agricoltura», afferma. «Una famiglia può vivere facilmente con due ettari di coltivazioni biologiche diversificate. In compenso non si deve più produrre giorno e notte, bisogna saper uscire dai campi e proporre cose nuove». Un’evoluzione che spaventa alcuni agricoltori: «Hanno paura del mercato bio perché è poco redditizio a livello locale. Ma soprattutto, pensano che senza pesticidi le loro coltivazioni si ammaleranno. A me non è mai capitato».
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Perché esportare prodotti bio?
Une questione generazionale? Sì, ma non solo, è anche una questione di sensibilizzazione, perché sebbene il CAAE metta a conoscenza il pubblico delle sue attività di formazione e della Settimana biologica, secondo Muntse i cittadini di Siviglia non hanno un accesso adeguato ai prodotti: «La maggior parte delle attività del CAAE riguardano l’esportazione. Potrebbero concentrarsi un po’ di più sul mercato locale». Nemmeno Pepe, il proprietario della bottega di prodotti bio Gaïa e del ristorante attiguo che porta lo stesso nome, sembra convinto: sostenitore del concetto del movimento Slow Food «consumare prodotti che provengono per la maggior parte dall’agricoltura locale», Pepe non ha pagato i 400 euro annui necessari per ottenere il marchio del CAAE, poiché «Tutti i prodotti che vendo hanno già un marchio». Solo per questo motivo? Pepe, nella stanza dove sua moglie impartisce corsi di medicina cinese, confessa di far fatica ad accettare la ragion d’essere del CAAE: «Da quando è stato creato, il mercato bio spagnolo ha avuto come obiettivo principale l’esportazione».
Nella sua cascina, l’imprenditore si riserva una piccola produzione locale. | Da consumare in loco, non da esportare.Produrre biologico ed esportare, due concetti a priori inconciliabili. Ma il CAAE, che nel 2010 contava 11.106 membri, sostiene che il riconoscimento del marchio al di fuori dei confini andalusi permetta ai prodotti biologici di essere identificati e consumati… e quindi di salvare la terra e chi la lavora. Per questo prendono parte a tutta una serie di fiere del biologico. Quella più conosciuta è la Biofach che si tiene ogni anno a Norimberga, in Germania. Essere aperti e dinamici è anche il miglior modo per infondere nei giovani la voglia di ritornare al settore primario, ed è per questo motivo che «bisogna ridare sicurezza a queste occupazioni», sostiene Paco. Un aspetto di primaria importanza in un momento in cui «solo il 4% degli agricoltori spagnoli ha meno di 35 anni».
Produrre senza sprecare, «dalla culla alla culla»
A 41 anni, José Joaquim Suarez Tejeiro è uno di questi pochi «giovani». Imprenditore affabile, José non ha paura di mischiare ecologia, esportazione… e guadagni. Tra i settori della sua ventina di imprese, si trovano l’allevamento biologico così come i servizi all’azienda Lidl per la costruzione di un nuovo ipermercato. «Ma è la terra ciò che mi dà più soddisfazioni», ammette l’ex studente di management. Non mente. Conosce tutto dei suoi pascoli, a Huelva, e adora andare a trovare a bordo della sua Audi 4 i maiali con cui produce il prezioso jamón de bellotas. Niente si spreca, tutto si trasforma: un vero laboratorio di cradle to cradle (letteralmente «dalla culla alla culla», titolo del libro di William McDonough e Michael Braungar, che propone di ripensare le attività produttive secondo il riciclaggio o il riutilizzo).
Nulla si perde, tutto si trasforma! | Le mucche consumano quello che la terra produce, senza additivi o pesticidi.
Un esempio: dalle querce che nutrono i maiali con le ghiande, si ricava non solo il sughero che serve a fabbricare i tappi del vino biologico, ma anche mobili, ombrelli ecc. Un ciclo, quindi. Ma quando chiediamo dove vadano questi prodotti bio, José risponde: «a nord della Spagna, in Germania, in Scandinavia… è logico, in quei Paesi la differenza tra l’agricoltura biologica e quella convenzionale è più marcata che da noi. In Andalusia le persone non vedono che una sola differenza tra i due tipi di agricoltura: il prezzo». Secondo Muntse e Pepe è proprio qui che i piccoli produttori devono entrare in gioco, affinché nel loro ciclo di vita «dalla culla alla culla» i prodotti bio di Siviglia arrivino un po’ più sulle tavole degli Andalusi e un po’ meno nella stiva degli aerei.
Grazie a tutto il team di cafebabel.com a Siviglia: Clara, Elina et Silvia.
Questo articolo fa parte del progetto Green Europe on the ground 2010-2011, una serie di reportage realizzati da cafebabel.com sullo sviluppo sostenibile. Per saperne di più su clicca su Greeen Europe on the ground.
Foto : Home-page (cc)nothing to hide/flickr ; testo : ©Emmanuel Haddad
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