L‘8 novembre del 2010 i ministri dell’Interno europei hanno reso nota l’abolizione dei Visti per gli albanesi e i bosniaci e la capitale Tirana ha festeggiato la notizia con un concerto di clacson per le strade. Quando il famoso giornalista albanese Gazmend Kapllani fuggì a piedi attraverso le montagne dall’isolata Albania e raggiunse la terra promessa, la Grecia, una simile decisione dei ministri europei non era immaginabile nemmeno in sogno.

Allora, i diecimila albanesi che affluirono nel paese vennero portati in alloggi di emergenza. Arrivato in Grecia, Gazmend, oltre a studiare all’Università di Atene, lavorò come muratore, venditore di giornali e cuoco, prima di diventare il giornalista e scrittore albanese di maggior successo nel suo nuovo paese di adozione. Attualmente lavora per il più importante settimanale greco, TaNea, ed è un blogger-attivista in materia di diritti umani. Nel libro che sta per uscire, “Mi chiamo Europa”, Gazmend Kapllani riflette adesso sull’Albania del 2041 come un paese favolosamente ricco, che non solo è membro dell’Unione Europea, ma è anche diventato la meta preferita per gli emigranti dall’Africa. Ecco l’intervista.

Il suo ultimo lavoro “Mi chiamo Europa” sta per uscire. Di che si tratta?

Copertina del libro "Mi chiamo Europa"Copertina del libro “Mi chiamo Europa” | Il secondo di Gazmend KapllaniDiciamo che è in un certo senso la continuazione del mio primo, “Short Border Handbook“. Per farla breve, si tratta dell’eroe del mio libro precedente che nel 2041 torna in Albania, una terra che è completamente cambiata rispetto all’inizio degli anni ‘90. L’Albania è adesso un paese abbastanza ricco, membro dell’Unione Europea, caratterizzato dal boom edilizio illegale, da auto di lusso, inquinamento, e un jet-set di nuovi ricchi tendenzialmente razzista. L’Albania è diventata la terra dei sogni per gli emigranti dall’Asia e dall’Africa. Parallelamente a questo c’è un filo narrativo, che per 21 volte emerge dalla trama e racconta vere storie di emigranti. Di albanesi che emigrano verso la Grecia, persone che cercano la propria fortuna in tutto il mondo.

Lei a che cosa associa l’Europa, come uomo che ha dolorosamente sperimentato l’esistenza al limite della resistenza psichica?

Credo di appartenere a quella generazione di albanesi che immaginavano il varcare la frontiera come un atto magico. In un paese piccolo come l’Albania affrontare i confini è un’esperienza che ti tocca nel profondo e dalla quale non ci si riprende più. Questi confini esistono anche dentro di noi e forse ci vorranno generazioni per abbatterli di nuovo. Per questo parlo anche di “sindrome da confine”.

Come vede la attuale crisi della Grecia? Chi è secondo lei responsabile della situazione odierna e su chi peserà maggiormente la crisi?

Come sempre le crisi le pagano i più deboli, e questo è anche il problema attuale della Grecia: la crisi la paga chi l’ha causata, ma da coloro che ne sono stati più colpiti. Questa situazione può potare rapidamente alla perdita di fiducia nei confronti della classe politica e delle sue istituzioni, quindi ad intraprendere una strada molto pericolosa. I giovani sono cresciuti in un “falso benessere” e adesso per loro non ci sono prospettive per il futuro. Tutto questo ha però anche una dimensione europea: la tendenza all’isolamento e l’inclinazione verso l’ egoismo provincialistico dei singoli stati, il guardare esclusivamente a se stessi in tempi di crisi, mostrano in maniera spaventosa come l’Europa sia disintegrata e totalmente impreparata davanti alle sfide globali.

Durante quest’anno abbiamo avuto modo di osservare in Grecia varie e numerose proteste, talvolta anche violente. Lei, come albanese e osservatore critico, cosa ne pensa, qual è secondo lei il sfondo culturale di queste manifestazioni?

In Grecia il mito della rivolta è molto diffuso a partire dalla seconda guerra mondiale, la tradizionale sfiducia nei confronti della polizia e dello stato svolge però un ruolo altrettanto importante. Spesso le proteste assomigliano ad una lotta contro i mulini a vento. Non a caso i protagonisti delle proteste violente non sono stati i cosiddetti “poveri”, ma dei giovani studenti del liceo che hanno già visto l’Europa e film come “V per Vendetta”. Credo che la Grecia si trovi adesso davanti a un bivio. La società si trova davanti allo specchio e deve decidere se restare per sempre minorenne o maturare politicamente ed istituzionalmente…

L‘8 novembre è stata finalmente decisa l’ abolizione dei Visti per i cittadini albanesi. I greci e anche i gruppi di emigranti albanesi si aspettano un’affluenza in grado di pesare notevolmente sul mercato del lavoro greco. Lei cosa ne pensa?

A mio parere, la stessa abolizione dei Visti è una pietra miliare nella storia dell’Albania. Questo è un evento che non si limita a tirare fuori questo paese da cinquant’anni di isolamento con l’Europa, ma pone anche la parola fine ad una condizione vista da molti albanesi come ghettizzazione ai margini dell’Unione Europea. Adesso sento parlare di un futuro esodo di grandi dimensioni da parte degli albanesi verso i paesi ricchi dell’Unione Europea. Io non credo che avverrà questo. Gli albanesi del 2010 non sono più quelli degli anni ‘90.

Info sull’abolizione dei Visti per Albania e Bosnia

I cittadini albanesi e bosniaci in possesso di passaporto biometrico potranno entrare senza bisogno del Visto e per un soggiorno di massimo 90 giorni in 25 paesi dell’Unione Europea (esclusi il Regno Unito e l’Irlanda) e negli stati Schengen Norvegia, Svizzera e Islanda. Qualora le domande di asilo dovessero crescere in modo esponenziale, avvertono i ministri dell’Interno europei, questa nuova regola, che entrerà in vigore da dicembre, potrebbe venire nuovamente tolta.

Foto: (cc)Jacek.NL/flickr; ©Gazmend Kapllani