«Sono stanca di spiegare alle persone che non considerano il velo come un’imposizione religiosa che io sono una persona che parla, ride e balla, proprio come loro», spiega Nuriye Duran - Özsoy.
Su un divano rosso della hall dell’hotel Rixos, a Konya (Turchia centrale) la città dove è cresciuta, la teologa spiega il perché della sua decisione di togliersi il velo, portato sin dall’età di tredici anni. Sono passate da un bel pezzo le dieci di sera, ma lei continua a parlare, pazientemente e con le gambe incrociate a nascondere i piedi. Il direttore della sua scuola le disse di togliersi il velo se voleva continuare a insegnare. E questa donna minuta, che ora porta i capelli corti, si chiese perché quell’uomo, benché mussulmano come lei, la spingeva dalla parte opposta alla loro comune fede.

Mettere in discussione il velo

Quando prese la fatidica decisione, a 27 anni, Nuriye Duran-Özsoy era a capo della Women’s Baskent Platform, un modello di regole per donne mussulmane praticanti in Turchia. Alcune accettarono la sua decisione ma si dicevano «preoccupate per lei». Altre gridarono: «Ti abbiamo perso».
«Non si cambia completamente, nel giro di una notte, solo perché Nuriye con delle collegheNuriye con delle colleghe | Foto Kinia Adamczykci si toglie il velo», spiega. «Io sono la stessa Nuriye di ieri». L’animo ribelle e indiscreto della Duran-Özsoy emerse già all’università. Da studentessa, le sue colleghe, la criticavano perché indossava colori vivaci, sulle tonalità del rosso e del rosa. «Ho sempre amato indossare abiti carini. Molte persone dicono che è contro la legge di Dio, ma questa è la loro opinione e non ha niente a che vedere con la religione». Dal 1996, «un periodo molto liberale per la Turchia», la Duran-Özsoy e alcune sue amiche iniziano a porsi delle domande sul velo,sui diritti delle donne, ma anche sul loro ruolo e sulle relazioni e comportamenti rispetto all’Islam. «In passato, erano solo gli uomini a insegnare religione, ma ora abbiamo iniziato a discutere sul ruolo della donna nella società da un punto di vista più femminile».

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Un cavallo di Troia contro la laicità?

Nel 1998, poco dopo questa ventata liberale, il divieto di portare il velo comincia a diventare più severo. Come molte delle sue compagne di classe, la Duran-Özsoy lascia l’università non perché «era la legge di Dio» a chiederlo, ma perché non accettava che fosse un’autorità a vietarle di portare il velo. Apprese con molto tristezza della salita al potere, nel 2002, del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp), che i media stranieri definiscono filo-islamista. La questione del velo, oggi ferocemente dibattuta, non era nell’agenda del Governo. «Gli uomini di religione non capiscono i nostri problemi. Non vogliono ascoltarli. Penso spesso che Dio non voglia assolutamente crearci tutti questi problemi a causa del velo».
Ai suoi occhi, la funzione del velo si è evoluta nel tempo: nelle società moderne è, ormai, una tradizione, mentre era la regola nel mondo arabo nel periodo in cui il Corano fu scritto. «Non è il volere di Dio per tutte le donne oggi» dice. Agli occhi dei turchi laici, il velo è diventato un simbolo politico e una minaccia per la stabilità della Repubblica. «Il divieto dice che c’è solo un velo e il suo significato è chiaro», afferma Yesim Arat, uno studente di scienze politiche della Bogazici University. Ci sono comunque molti modi di indossarlo e ogni donna sceglie il proprio per svariate ragioni, al di là delle pressioni sociali o delle credenze personali. In un modo o nell’altro, le «donne velate sono utilizzate come cavalli di Troia per infiltrarsi nella repubblica laica. Intanto, lo Stato cade nella trappola dell’autoritarismo, isolando i liberali all’interno della comunità islamica e radicalizzando gli islamisti illiberali» afferma Arat.
Secondo Duran- Özsoy, è vitale che le donne discutano questo tema. «Penso che questo problema debba essere risolto il più presto possibile. Dobbiamo discutere se il velo è oppure no una legge di Dio, perché molte di noi hanno problemi psicologici a causa di questa situazione. Dobbiamo risolvere il problema in quanto donne, e non lasciare che ancora una volta gli uomini decidano per noi».

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