Tedeschi, muti e col casco a punta
Illustrazione di Henning Studte
Nessuno
Traduzione: Anna Castellari
07/03/07
Tags : lingue, Europa occidentale, Monaco, Berlino, Germania.
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Ogni Paese europeo ha un’idea sua sull’argomento. Come caratterizzare il popolo tedesco, che esporta Heidi Klum e la Volkswagen, i crauti e la puntualità?
Per francesi e spagnoli un tedesco, chiamato rispettivamente allemand e alemán, spaparanzato sulle spiagge del Mediterraneo a prendere il sole, resta pur sempre un discendente di quegli antichi popoli barbari che, attraversando l’Elba, invasero l’Europa fino al litorale atlantico. Gli “Alemanni”, appunto.
Lo stesso berlinese, in vacanza a Rimini, sarà sconvolto nel sapere che la denominazione italiana del suo popolo è tedesco. La parola thiot o diot, in Alto Tedesco Antico, non significa altro che “popolo” (volk) ed era utilizzata per distinguere la lingua di quel popolo (theodiscus) dal latino.
Ma se al nome del popolo si aggiunge quello del paese, noi italiani rimaniamo fedeli a Giulio Cesare, e conserviamo la sua denominazione di Germania. Cesare aveva usato il nome di Germanici per indicare un gruppo di barbari venuti dal Nord Est della Gallia. E poiché l’Impero Romano si estendeva, all’epoca, Oltremanica, gli inglesi parlano ancora oggi di Germany.
Nell’Est europeo è chiaro per chiunque che nessuno a ovest dell’Oder parla la propria lingua. Così, in russo, polacco e ungherese, la Germania era allora il Paese dei “muti”: nemets, niemcy, nemet. In Finlandia – anche se tutti i tedeschi che non abitano in Sassonia potrebbero restarne offesi – il Paese, tutto, da Amburgo a Monaco, viene chiamato semplicemente Saksa.
E a proposito di sordomuti, lo stereotipo più duro a morire è quello illustrato, per l’appunto, dalla traduzione di Deutschland nella lingua dei Segni: bisogna tenere l’indice della mano destra alzato sulla testa: secondo quest’immagine, infatti ogni tedesco sarebbe un volgare crucco e porta un casco a punta!
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